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QUARANTA GIORNI di LIBERTA'

10/09/1944 - 23/10/1944   La Repubblica Partigiana dell'Ossola


La Repubblica Partigiana della Val d'Ossola dura 44 giorni, dal 10 settembre al 23 ottobre 1944.
La più grande e forse la più importante tra le Repubbliche Partigiane del Nord Italia, con tipicità non riscontrabili altrove. Zona di confine, con qualche vantaggio ma anche svantaggi, non ultimo la grossa tentazione di un rifugio sicuro oltre confine.
Ha importanti industrie, ma non ha una agricoltura in grado di sostentare una popolazione di ottantamila persone. L'Ossola ha una linea ferroviaria internazionale, usata dall'occupante tedesco per spedire in Germania tutto quanto è stato predato, con la Confederazione Elvetica a fare da convitato di pietra, a fingere di non sapere cosa trasportino quei convogli. Linea assolutamente vitale per i tedeschi, in quanto, a differenza del Brennero, in massima parte in territorio neutrale, quindi al sicuro dalle incursioni alleate.

L'Ossola non ha sbocchi diretti sulla pianura, le formazioni moreniche che circoscrivono i due importanti laghi alpini la isolano e, se da un lato questo potrebbe favorire la difesa del territorio, dall'altro ostacola tutti i rifornimenti, soprattutto alimentari, provenienti dalla pianura. La popolazione ossolana, durante i 44 giorni della Repubblica, patirà la fame. Sporadici acquisti in Svizzera di derrate alimentari, in cambio di manufatti industriali e di prodotti chimici degli impianti Rumianca di Pieve Vergonte, non potranno soddisfare ogni fabbisogno. Per più di 30 giorni, dei 44 complessivi di vita della Repubblica, in Ossola mancherà il pane.

L'Ossola ha una nutrita presenza di uomini di cultura ed intellettuali, che lasceranno il segno nelle vicende della Repubblica. In primis Ettore Tibaldi ed Ezio Vigorelli; come pure il grande latinista Concetto Marchesi (lo cito tra i tanti parimenti importanti per un vezzo personale, ho studiato sui suoi libri).
Una peculiarità della Repubblica dell'Ossola, che la distingue da tutte le altre esperienze, è di non essere stato solo una fatto militare ma di aver saputo produrre un governo civile, autorevole, pur con le difficoltà della situazione efficiente, in grado di organizzare la vita civile della popolazione, trasporti, scuole, poste, l'assistenza. Si rinnovano le amministrazioni, si intrattengono rapporti economici con la confinante Svizzera. C'è la polizia per l'ordine pubblico e si amministra la giustizia. Vi è presenza dei sindacati. Si riscopre la passione politica.

L'Ossola è fortemente industrializzata. Le sue acciaierie, le fabbriche metalmeccaniche, gli impianti chimici, le centrali idroelettriche sono troppo importanti per l'occupante tedesco perché possa rinunciarvi. E lo sforzo bellico che produrrà sarà adeguato, ponendo fine a questa singolarissima, per certi versi romantica esperienza, pagata anche un prezzo altissimo. Ma che ha fatto sognare per 44 giorni ottantamila ossolani.



La genesi della Repubblica parte da lontano. Giugno è stato un mese terribile per le forze partigiane della valle, per l'Ossola ed il Verbanese il peggiore in assoluto di tutto il periodo della Resistenza.
Il grande rastrellamento della Val Grande e della Valle Intrasca ha spazzato via le formazioni partigiane operanti in zona. 17.000 tedeschi e fascisti in caccia di meno di 500 uomini della "Valdossola" di Superti, poco più di 300 effettivi, operante in Val Grande, e della "Cesare Battisti" e della "Giovine Italia", con effettivi pressappoco equivalenti, 70/80 uomini la "Battisti", un po' di più di 80 la "Giovine Italia", operanti in Valle Intrasca e sulle alture retrostanti Verbania.
In una ventina di giorni le forze partigiane perdono circa 300 uomini, la metà in combattimento, 152 fucilati o trucidati dopo la cattura. Il bilancio è parimenti pesante anche per i nazifascisti, che hanno a loro volta avuto 200/250 caduti ed almeno altrettanti feriti.

Ma non è la fine. Bastano poche settimane ai reparti partigiani per riorganizzarsi. Dionigi Superti ricostituisce la "Valdossola", cambiando strategia, facendone un gruppo meno attendista e più dinamico. Mario Muneghina, già secondo di Superti alla "Valdossola" ed ormai in contrasto col comandante, crea con un piccolo gruppo la "Valgrande Martire". Nelle settimane successive le forze superstiti della "Giovine Italia" confluiscono nella "Valgrande Martire", che a sua volta confluisce nella 2ª Divisione Garibaldi assumendo il nome di 85ª Brigata "Valgrande Martire". Nel marzo 1945 la "Valgrande Martire" e la "Cesare Battisti" si uniranno dando vita alla 1ª Divisione Ossola "Mario Flaim" (tenente degli alpini, caduto al Pizzo Marona nel rastrellamento di giugno). Questo reparto legherà il suo nome alla liberazione di Verbania, il 24 aprile 1945.

Con la seconda metà di luglio ha corso l'inversione di tendenza, reparti partigiani conseguono ovunque importanti successi; occupano centrali elettriche (Crevoladossola), fanno saltare i ponti di accesso alla Valle Anzasca. L'assalto ad una corriera nemica lascia sul terreno 11 tedeschi ed 8 fascisti, nel contempo vengono recuperate grandi quantità di armi; in un'altra azione, a Preglia, vengono catturati 25 fascisti e, anche qui, vengono recuperati 27 moschetti ed una mitragliatrice leggera.

Tutto ciò rinfranca i reparti partigiani e crea confusione e panico nei reparti occupanti, soprattutto tedeschi. Ad agosto l'intensificazione delle azioni, sempre più audaci e sempre più efficaci.
La cattura di un portaordini porta a conoscenza di una relazione del presidio tedesco di Domodossola che rivela tutto il disagio e tutte le paure dei reparti nazifascisti. Si evita di abbandonare il rifugio sicuro delle caserme, molti avamposti nelle valli secondarie vengono abbandonati e i reparti concentrati a Domodossola.
Verso fine agosto una importante operazione su Baveno, in due momenti distinti, prima la resa dei fascisti e qualche giorno più tardi il presidio tedesco; unica condizione per la resa, essere consegnati alla neutrale Svizzera. Nemmeno i tedeschi ci credono più.


Repubblica dell'Ossola I confini della Repubblica e la disposizione dei reparti partigiani.


I tempi stanno rapidamente maturando. Impossibile citare ogni episodio, ci limiteremo a qualche flash.

A fine agosto una squadra della "Piave" ha uno scontro con una pattuglia tedesca che perde 2 militi. La reazione si prospetta spropositata, il comando tedesco fa prendere 60 ostaggi e dispone la preparazione delle forche. Non c'è tempo da perdere. "Arca", il comandante della "Piave", chiama a rinforzo altri reparti ed investe Cannobio con mitragliatrici e mortai. L'effetto di una tale massa di fuoco produce immediatamente risultati. I tedeschi hanno paura, chiedono la resa e vengono avviati al confine svizzero.
I presidi della Val Vigezzo e della Val Cannobina si ritrovano senza sbocchi, né verso Domodossola né verso Cannobio. Nelle giornate del 5 e 6 settembre, ad uno ad uno, tutti i presidi di entrambe le valli vengono catturati o messi in fuga.

E' tempo di prestare attenzione ai grandi centri verso sud. In un incontro preparatorio tra Superti, "Justus" (Enea Demarchi), Di Dio e Cefis viene deciso l'attacco a Piedimulera. Nella notte tra il 7 e l'8 settembre la "Valtoce" di Di Dio, con l'apporto di un reparto di mitragliatrici della "Valdossola" attacca il presidio di Piedimulera. Le cose vanno un po' per le lunghe, ma all'imbrunire i nazifascisti tentano una sortita su degli automezzi verso Villadossola. Riescono a passare ma prima di giungere a destinazione lasciano sul terreno 30 morti, 3 automezzi, numerosi mitragliatori ed altre armi leggere.

Domodossola è ogni giorno più accerchiata, i trasferimenti dei reparti avvengono di notte, senza farsi notare. I nazifascisti sono circa 600, ben preparati e ben armati. Ma hanno paura. Nella notte tra il 7 e l'8 il comando tedesco, tramite personalità del clero, offre di trattare la resa al colonnello Moneta, l'unico ufficiale superiore militare di carriera all'interno delle formazioni partigiane. Moneta non può che rimettere la decisione ai comandanti. Nella serata del 9 Di Dio, Cefis, Superti ed Armando Calzavara ("Arca") della "Piave" si riuniscono e decidono per la trattativa immediata. Tutti gli altri reparti, garibaldini in primis, vengono tenuti all'oscuro.
Alle 21,10 l'incontro decisivo, e il rapido accordo. L'accordo sulle condizioni di resa viene stilato e sottoscritto. Tedeschi e fascisti avranno via libera per Baveno; i tedeschi potranno mantenere l'armamento leggero, ma dovranno abbandonare ai partigiani le armi pesanti e tutto il munizionamento; i fascisti dovranno abbandonare ogni arma, è consentita solo la pistola d'ordinanza agli ufficiali.


Cippo di confine Uno dei cippi di confine, sulle sponde
del lago di Mergozzo.


Alle sette di mattina del 10 Superti e Di Dio entrano in Domodossola. Poco più tardi vi entrano anche i reparti garibaldini. Domodossola si riversa nelle strade, impazzita di gioia.
Una staffetta è già partita per la Svizzera, per avvisare Tibaldi. Tibaldi e gli altri arriveranno la sera del giorno 11, con l'eccezione di Vigorelli, partito alla volta di Berna per incontrare il colonnello Mac Caffery, l'uomo di collegamento delle grandi potenze con la resistenza partigiana.
Nella vita della Repubblica dell'Ossola vi sono due uomini che più di altri l'hanno voluta e contribuito a realizzarla. Ettore Tibaldi e Dionigi Superti.


Tibaldi, socialista, ha fatto per lunghi anni il medico ed è stato primario dell'ospedale locale; prima di rifugiarsi in Svizzera è stato Presidente del Comitato di liberazione dell'Ossola. Superti è l'ago della bilancia della situazione militare. Forte del suo carisma si ritroverà più volte a far da paciere, o, a seconda dei casi, da arbitro tra le formazioni garibaldine e gli autonomi della "Valtoce".
I due si stimano vicendevolmente. Superti, come è abituato a fare, evita ogni discussione con gli altri capi partigiani e firma di suo pugno il documento di nomina di Tibaldi a Presidente della Giunta.

Superti, di concerto con Di Dio, fa stampare un manifesto per la popolazione in cui vengono destituito il podestà e nominata una giunta provvisoria con a capo Ettore Tibaldi. La firma in calce al manifesto recita «Firmato i comandanti delle divisioni "Valdossola" e "Valtoce"»
La giunta provvisoria si riunisce effettivamente la serata dell'11. Tibaldi, appena giunto dalla Svizzera parla alla folla, poi da il via alla prima riunione di giunta, in cui vengono ripartiti i compiti. Della giunta provvisoria del 10, quella del manifesto dei comandanti, vengono confermati Tibaldi, Ballarini e Nobili. Il canonico Cabalà è impossibilitato a lasciare la Svizzera, e viene sostituito. Entrano in giunta quali nuovi membri Bandini (che poi è il nostro illustre novarese Mario Bonfantini, sotto pseudonimo), Cristofoli, Roberti e Zoppetti, sacerdote.


Giunta Provvisoria di Governo La composizione della Giunta e la ripartizione dei compiti, scaturita dalla prima riunione di Giunta nella serata dell'11 settembre.


Dobbiamo per forza essere sbrigativi. Soltanto tre nomi, tra i più significativi.
Terracini, comunista "eretico", espulso dal partito, scelto personalmente da Tibaldi nel ruolo di Segretario della Giunta Provvisoria. Prezioso collaboratore per la Giunta, seppure inviso ad alcuni comandanti militari, Di Dio in primis, che nei suoi confronti inscenerà una "macchina del fango" ante litteram.
Ezio Vigorelli. Vigorelli, avvocato, avrà la nomina a giudice istruttore straordinario il 28 settembre. Il 24 ha partecipato a Domodossola ai funerali dei suoi due figli uccisi dai fascisti. Eppure quest'uomo, così provato nei suoi affetti più cari, darà prova di un equilibrio e di una correttezza senza pari, basti dire che è riuscito ad amministrare la giustizia con gli strumenti della legalità, senza far ricorso alla corte marziale.
Gisella Floreanini. Donna moderna ed emancipata, commissario di governo incaricata dell'assistenza. E' una che ha le idee chiare su come deve essere organizzata l'assistenza in un Paese moderno. E quando mancano il pane e le vettovaglie (ed in Ossola mancheranno presto) una buona organizzazione è fondamentale. Questa donna eccezionale la ritroveremo la primavera successiva a Novara, Presidente del CLN di Novara, protagonista della trattativa che porterà alla resa del contingente tedesco ed alla liberazione della città il 26 aprile 1945.



Il 12 settembre, a Giunta già insediata, le brigate garibaldine che hanno operato a ridosso di Domodossola e che sono state tenute ai margini di ogni iniziativa per decisione di Superti e Di Dio, forse anche alla ricerca di un successo di prestigio, attaccano Gravellona. Collaborano a questa operazione le brigate del Cusio di Pippo Coppo ed Aniasi ("Iso") e la brigata dei georgiani e dei cecoslovacchi che avevano disertato dall'esercito nazista. La "Valdossola" manda un reparto di mitraglieri, la "Valtoce" poco o nulla.
Gravellona è sicuramente un punto strategico importante, apre la strada del lago per la Lombardia e Milano, dall'altro versante apre la strada della Valsesia. Farebbe sicuramente comodo il controllo di Gravellona. Ma i nazifascisti sono messi molto meglio che non nel cuore dell' Ossola, ben armati, non logori psicologicamente, vicini ai presidi del lago che infatti forniranno rinforzi ed anche qualche mezzo corazzato. Si trincerano nelle caserme e rispondono colpo su colpo. Due giorni di combattimento non approdano a nulla. Nessun successo sul campo ed un prezzo alto in vite umane. Una iniziativa sbagliata. Brutto segno per quello che accadrà di lì ad un mese.

La condizione del settore militare è tutt'altro che brillante. La trattativa per il comando unico dura quasi tanto quanto la Repubblica. La scelta cadrà su Giovanbattista Scotti, avvocato socialista, nome di battaglia "Federici", già incaricato dal CLN Alta Italia del comando unificato. Ma non ratificato dalle formazioni, in perenne trattativa, per cui si deve assumere la meno efficace veste di coordinatore. Ma coordinatore, prima, o comandante, poi, il suolo ruolo non è mai determinante, le varie formazioni fanno quel che decidono i loro comandanti.
Vi sono partigiani che si danno al ballo ed alle feste, suscitando le ire di don Sisto, futuro parroco di Macugnaga in Valle Anzasca (e grande guida alpina della est del Monte Rosa), che lascerà la "Valtoce" per aggregarsi alle formazioni di Moscatelli.
Filippo Frassati, ufficiale della "Piave" è uno che rema contro. Invita i contadini a non consegnare le derrate alimentari, di fatto sottrae l'area di sua competenza al controllo della Giunta. Il ritrovamento casuale di qualche carico d'armi da luogo a liti furibonde per la spartizione, che nemmeno l'intervento di membri di Giunta come Mario Bonfantini riesce a sedare. Vi sono casi di partigiani che lasciano una formazione per passare ad un'altra, generando estenuanti contenziosi. Se ne esce alla fine facendo passare il principio che le armi sono della formazione e non personali.
Vi sono poi le rivalità personali. Superti e Muneghina, dopo l'abbandono di quest'ultimo della "Valdossola" per formare la 85ª "Valgrande Martire" sono diventati inconciliabili. Solo a guerra finita si riconcilieranno, grazie al paziente lavoro di mediazione di Tibaldi.
L'armamento è quanto di più eterogeneo si possa immaginare, e nemmeno troppo abbondante. Si valuta che poco più di un terzo degli effettivi fosse in grado di combattere con armamento ed addestramento adeguati.

La tregua dura un mese. I nazisti devono riorganizzarsi, devono tirare il fiato. I fascisti scalpitano, ma da soli non possono assumere iniziative a largo raggio, senza l'alleato tedesco sono bloccati.
A fine settembre gli informatori segnalano giornalmente l'arrivo di nuovi reparti fascisti. Ne arrivano dalla Lombardia, da Novara e da Gozzano. Sono decisi a fare sul serio.
"Federici", finalmente operativo come comandante unico, fa preparare delle linee di difesa. A sud, alla punta di Migiandone, vi sono difese risalenti al '15-'18. Vengono riattivate e rinforzate. La difesa a sud sarà quella che reggerà meglio. Superti incarica suoi ufficiali della difesa di Mergozzo e della basa valle. Si coinvolge la popolazione per stendere i reticolati tra la montagna ed il Toce, mentre i campi vengono liberati dalle stoppie per migliorare la visuale. Si trascura la Val Cannobina, e questo si rivelerà fatale. Ripida e stretta, con una strada di 3 metri, viene giudicata impraticabile. Sarebbe anche facile da difendere, basterebbe far saltare i ponti. Ma nessuno lo fa.

Il grosso delle forze è fascista, è rappresentato un po' tutto il campionario dei reparti della Repubblica di Salò. I tedeschi sono circa 3.000. La valutazione della Giunta è che il nemico schieri 19.000 uomini, per il comando unico sarebbero 13.000.
I partigiani dispongono di meno di 3.000 effettivi armati.

L'attacco in Val Cannobina comincia la mattina del 9, la difesa è affidata alla "Piave", che si squaglia quasi subito. Nella notte tra il 9 ed il 10 i reparti si ritirano verso l'alto, ma i ponti non vengono fatti saltare. A Domodossola ora si sa che i nazifascisti sono già alle bocche di Finero. Superti e Di Dio organizzano rinforzi. La linea di difesa si assesta a Finero, i rinforzi della "Valtoce" e della "Valdossola" tengono.
L'11 parte l'attacco anche in bassa valle ma i reparti reggono. Però la sera stessa dell'11 comincia l'esodo delle popolazioni e cominciano a partire da Domodossola i convogli per la Svizzera. Realisticamente la Giunta fa incassare, ogni sera, le carte del Governo, per essere pronti ad evacuare in qualsiasi momento.
Il 12, a Finero, cadono Alfredo Di Dio ed il colonnello Moneta. Stanno conducendo personalmente una ricognizione verso la Val Cannobina, non s'avvedono di una mitragliatrice tedesca gia appostata al di qua della galleria che immette in Val Vigezzo.
Nel pomeriggio a Domodossola giunge la notizia che Di Dio e il colonnello Moneta non sono rientrati, che sono state udite numerose raffiche di mitragliatrice, per cui è facile tirare le conclusioni. La Giunta è praticamente disciolta, rimangono Tibaldi e Bonfantini che coordina i convogli per la Svizzera.
La mattina del 13 cede la linea di difesa di punta di Migiandone, qualche ora più tardi anche Mergozzo. Prosegue l'evacuazione dei civili verso la Svizzera, alla fine saranno ben 35.000. Ufficiali medici svizzeri sono scesi a Domodossola a dare una mano per l'evacuazione dei feriti.
Il 14 l'esercito partigiano si divide in tre tronconi, ognuno per la propria strada. Tutto l'armamento pesante e le mitragliatrici sono stati abbandonati durante la ritirata, rimane ai partigiani solo l'arma personale, e le munizioni scarseggiano.


E' il 17 di ottobre.
Superti conduce i suoi a Goglio, Val Divedro. Il nemico li bracca da vicino, il grosso però riesce a sganciarsi e raggiunge il confine.
Un reparto incaricato delle munizioni pensa di utilizzare la funivia.
Ma il grande carico rallenta molto la salita.
Giunge un reparto di tedeschi che dalla cabina dei comandi blocca la salita.
Dopo di che piazzano una mitragliatrice e si mettono a sparare all'impazzata contro la funivia  ferma. Due dei




Funivia Goglio - Alpe di Devero La stazione di partenza di Goglio della funivia, disattivata.
La stazione è stata adibita a Museo. Si notino i "murales",
opera del pittore Angelo Bersani, l'"Angelo del Devero",
classe 1928, all'epoca dei fatti giovanissimo partigiano con
Moscatelli in Valsesia.


partigiani a bordo si buttano di sotto, sfracellandosi dopo un volo di 30 metri. Altri due vengono crivellati dai colpi a bordo della cabina.


Il 17 ed il 18 si fanno saltare i ponti di Iselle e della Val Antigorio. Si predispone una linea di difesa alla Cascata del Toce. Il 19 fascisti e tedeschi, che stanno tentando di gettare una passerella sul Toce, vengono travolti dalla furia del fiume in piena, uomini e materiali. I partigiani di Cefis (morto Di Dio, ora è lui che comanda) ne approfittano per attaccare. Servirà solo per ritardare la fine.
Il tempo è cattivo, spesso nevischia, siamo ad ottobre inoltrato ed ad alta quota. Si abbandona anche la Cascata del Toce e gradualmente ci si ritira verso il passo San Giacomo. E' il 23 di ottobre quando gli ultimi partigiani varcano il confine per essere internati in Svizzera. Molti piangono. Tibaldi ordina di bruciare la casermetta della finanza per impedire ai nazifascisti di installare un presidio.
Dopo di che varca anche lui il confine. Nella sua valigetta di medico ha messo i libri contabili ed i documenti del governo.
Adesso è veramente finita.





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